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Capitolo 1 de "La Danza delle Ombre" — Atto II della collana Nero Quotidiano.

Atto II · estratto

Anteprima dal romanzo pubblicato.

Luca

«La caduta delle ombre»

La pioggia cadeva incessante su Roma. Le strade erano specchi d’acqua che riflettevano le luci opache dei lampioni, mentre le gocce battevano implacabili sui vetri dei palazzi antichi, scandendo i minuti di una notte che si preannunciava troppo lunga. Dicembre era appena iniziato, ma dell’atmosfera festiva del Natale imminente non c’era ancora traccia: solo freddo, umidità e un senso di vuoto che sembrava penetrare fino alle ossa.

Luca Martini sedeva nell’angolo più buio del suo solito bar, un locale quasi deserto che sembrava riflettere il suo stato d’animo. La luce fioca di un insegna al neon all’esterno filtrava dalla finestra, disegnando ombre tremolanti sul bicchiere vuoto davanti a lui. L’alone di condensa sul vetro svaniva lentamente, come i ricordi che non voleva più trattenere ma che continuavano a tormentarlo. Le mani strette attorno al bordo del tavolo tradivano un tremore sottile, irregolare, perfetto riflesso del caos nella sua mente. Il volto, segnato da rughe precoci, raccontava storie di rimorsi, scelte sbagliate e pesi troppo grandi da portare.

La morte di Marco, avvenuta la notte precedente, era stata un colpo al cuore. Secco, definitivo. Non c’erano stati avvertimenti, solo un messaggio di Ettore sul telefono: “Questione risolta. A modo mio.”

Quelle ultime tre semplici parole lo avevano fatto sprofondare.

Luca conosceva il marchio di Ettore: freddo, calcolatore, sempre un passo avanti. Quella era una sentenza di morte e non era stata affatto casuale. Marco era solo un’altra pedina sacrificata nel gioco del Collettivo, usata fino all’ultima mossa e poi eliminata senza esitazione. Ogni mossa era parte di un disegno più grande, visibile solo a lui, tracciato con precisione chirurgica e un cinismo spietato.

Proprio quella mattina, Luca aveva consegnato a Ettore il Documento di Compromesso. Un atto formale che suggellava la sua collusione. Forse avrebbe potuto rifiutarsi. Forse avrebbe dovuto farlo. Ma non lo aveva fatto. Ora quel documento era una catena invisibile che Ettore avrebbe stretto al momento giusto.

«Questo certificato, lo terrò al sicuro per gli anni a venire, Luca.»

Le parole di Ettore risuonavano ancora nella sua mente, taglienti e minacciose. Non c’era bisogno di un gesto violento per capire il messaggio. Quel pezzo di carta avrebbe deciso il suo destino, in qualsiasi momento.

Luca abbassò lo sguardo al bicchiere vuoto. Ogni goccia di condensa che scivolava lungo il vetro sembrava un promemoria: una vita che scivolava via senza che potesse farci nulla. Era libero solo in apparenza. Ogni scelta lo legava di più a un gioco che non controllava.

Un nodo gli serrò la gola. I ricordi di Marco riaffiorarono come un’onda improvvisa.

Marco che rideva, sistemando la sua solita giacca troppo grande. Marco che si passava la mano tra i capelli in un gesto nervoso, cercando di mascherare la propria insicurezza con una battuta ironica. I due, seduti sul divano nella casa di famiglia, il fumo delle sigarette che si mescolava ai sogni di due ragazzini troppo giovani per capire quanto fossero fragili. I loro stessi occhi, pieni di sogni improbabili, così distanti e inarrivabili, destinati a non incontrarsi mai davvero. Le parole mai dette.

Ogni immagine era una lama sottile che affondava più in profondità. Ogni ricordo gridava la stessa verità implacabile: Marco era morto per colpa sua.

Chiuse gli occhi, stringendo i pugni. La rabbia affiorò in superficie, ma era una maschera, un’emozione più semplice del rimorso. Non era la perdita a schiacciarlo. Era la consapevolezza che avrebbe dovuto proteggerlo. Che aveva fallito.

La voce del cameriere lo strappò ai suoi pensieri. «Altro da bere?» chiese, distratto.

Luca scosse la testa, lasciando qualche banconota sul tavolo. Si alzò lentamente. Il lungo cappotto si aprì come un’ala nera mentre si dirigeva verso l’uscita.

Fuori, la pioggia continuava a cadere, un velo liquido che smussava i contorni dei palazzi consunti. Roma sembrava sospesa, immobile in una pausa di riflessione, proprio come lui. Il vento si insinuava nei vicoli, trascinando l’odore della terra bagnata e delle foglie in decomposizione. Un aroma pungente, acre, quasi un monito che lo spingeva a non fermarsi.

Luca camminava senza meta per le strade del centro, i pensieri confusi quanto il suo percorso. Ogni passo sembrava più pesante del precedente, come se qualcosa cercasse di trattenerlo. Dopo un tempo indefinito, si ritrovò davanti a un palazzo che conosceva fin troppo bene.

Rimase fermo, osservando il portone. Il legno consumato era segnato dal tempo, e le crepe si allargavano come vene su una pelle raggrinzita. Il cappotto scuro lo proteggeva a malapena dalla pioggia, ma il freddo non si fermava fuori. Gli scivolava sotto la pelle, insinuandosi nelle ossa. Nei suoi occhi, stanchezza e determinazione si intrecciavano in un miscuglio dissonante di emozioni.

Con un gesto deciso, aprì il portone. Il cigolio delle cerniere ruppe il silenzio. Un improvviso latrato di cani, vicino e rabbioso, lo fece trasalire. Richiuse l’uscio alle sue spalle, lasciando fuori la pioggia battente e l’abbaiare furioso.

L’edificio apparteneva alla sua famiglia. Un tempo. Ora era solo un vecchio palazzo romano con un cortile interno desolato. Sua madre, Laura, era morta troppo presto, portata via da una malattia crudele. Suo padre, Renato, lo aveva seguito poco dopo, assassinato da Federico Alighieri, colui che avrebbe dovuto proteggerlo e che, invece, aveva tradito ogni cosa.

Luca aveva avuto la sua vendetta. Federico era stato cancellato, come meritava. Ma il prezzo era stato altissimo.

“Maledetto Collettivo!”

Il pensiero gli attraversò la mente come un fulmine, lasciandogli un misto di rabbia e rassegnazione.

Attraversò il cortile lastricato ed entrò dall’ingresso principale. La porta si apriva su un ampio soggiorno. I mobili, coperti da teli ingialliti, sembravano fantasmi del passato. Polvere e silenzio riempivano ogni angolo, cristallizzando il ricordo di un tempo che nessuno aveva più osato disturbare.

Si fermò accanto al grande divano centrale e lo sfiorò con una mano tremante. Il tessuto ruvido sembrava trattenere frammenti di risate e promesse mai mantenute. Era come se quel vecchio mobile respirasse ancora, carico di ferite mai del tutto rimarginate.

“Eravamo solo dei ragazzini ingenui..” pensò, con un sorriso amaro. Ma quella scusa non bastava più.

Un’ondata di sofferenza lo travolse, spezzandogli il fiato. Si lasciò cadere lentamente sulle ginocchia, accanto a quel divano, il nodo in gola sempre più stretto.

«Perché non ti ho fermato?» mormorò, la voce spezzata dai singhiozzi, un sussurro che svanì nel silenzio.

L’aria si fece più densa, quasi soffocante. Le ombre nella stanza si allungarono, prendendo forma, giudici silenziosi pronti a condannarlo per tutto ciò che aveva fatto e per tutto ciò che aveva scelto di tacere.

Luca abbassò lo sguardo sulle mani strette a pugno. Le dita tremavano. Il controllo gli sfuggiva, centimetro dopo centimetro. Il suo sguardo si sollevò, attirato verso il corridoio. La soffitta. Quel luogo che aveva sempre evitato ma che poi aveva dato vita a tutto, ora sembrava chiamarlo di nuovo. Era come una voce muta che lo invitava a salire, promettendo segreti ancora più oscuri. Segreti che non era più sicuro di voler conoscere.

Si rialzò e passò nel corridoio all’altezza della soffitta. Ogni fibra del suo corpo gli diceva di aprire quella porta, di salire quei gradini, ma qualcosa lo tratteneva. Non ci riusciva. Non poteva affrontarlo. Non oggi.

Passò oltre e raggiunse la finestra in fondo al corridoio. Da lì, vedeva il cortile interno, immerso nell’oscurità, spezzata solo dalle luci fioche di alcune lampade da giardino. Le ombre delle piante, mosse dal vento, sembravano figure spettrali che danzavano sui muri.

In quelle pieghe di oscurità si annidava il suo timore più grande: “E se fossi come lui? Se fossi già diventato ciò che odio di più?”

Era una domanda a cui non poteva sfuggire, non dopo tutto ciò che aveva fatto. Ettore era diventato lo specchio più temibile: il riflesso di tutto ciò che Luca non voleva vedere in se stesso.

Ne aveva abbastanza. Si voltò bruscamente e tornò verso il salone centrale.

Ogni oggetto intorno a lui sembrava sussurrare di un passato immutabile. Le ombre continuavano a seguirlo, silenziose, fameliche. Era come se quelle figure invisibili reclamassero una risposta.

Luca serrò la mascella, aggrappandosi all’unica emozione che gli rimaneva: la vendetta.

«Ettore la deve pagare!» sibilò.

Il silenzio che seguì si fece più freddo, più intenso. Le ombre non si ritirarono. Anzi, sembravano stringersi ancora di più intorno a lui, come se Luca avesse sbagliato risposta, come se la vendetta non fosse ciò che gli stavano chiedendo.

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