← Torna alle notizie

Novità

Un posto all’Ombra · La musica delle cose che non capisci

UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 001

La musica delle cose che non capisci

⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.

La vita continua anche quando il capitolo finisce.

Sofia aveva disposto le viti sul tavolo dalla più grande alla più piccola.

Non erano molte. Sei, contando quella che continuava a rotolare verso il bordo ogni volta che urtava il tavolo con il gomito. La riprendeva, la rimetteva al suo posto e ricominciava.

Grande.

Un po’ meno grande.

Media.

Piccola.

Più piccola.

Quella storta.

La storta era il problema.

Sofia la prese tra il pollice e l’indice e la osservò controluce. Non era davvero storta, forse. Aveva soltanto la testa consumata su un lato. Ma se tutte le altre stavano dritte e quella no, qualcosa doveva pur significare.

Sul tavolo, davanti a lei, c’era una vecchia sveglia che fino a mezz’ora prima funzionava.

Adesso no.

«Sei.»

Sua madre non alzò gli occhi dal libro.

«Cosa?»

«Le viti.»

«Meno male.»

Sofia la guardò.

«Perché meno male?»

«Se fossero sette avremmo un problema.»

Sofia tornò immediatamente a contarle.

Sua madre sorrise.

«Sei.»

«Allora siamo salve.»

Sofia strinse gli occhi.

C’era qualcosa che non tornava. La sveglia aveva smesso di fare tic tac dopo che lei aveva tolto il coperchio posteriore, estratto una rotella, mosso due ingranaggi e scoperto che uno dei denti aveva una macchia scura.

Prima funzionava.

Adesso no.

La conclusione più semplice era evidente.

«L’ho rotta.»

Questa volta sua madre chiuse il libro.

Aveva tenuto un dito tra le pagine per non perdere il punto.

«Probabile.»

Sofia sollevò la testa di scatto.

«Probabile?»

«Probabile.»

«Ma funzionava.»

«Sì.»

«Poi l’ho aperta.»

«Sì.»

«E adesso non funziona.»

«Mi sembra un buon insieme di indizi.»

Sofia guardò la sveglia.

Avrebbe preferito essere rimproverata.

Un rimprovero aveva una struttura semplice. Avevi fatto qualcosa che non dovevi fare, qualcuno te lo diceva, eventualmente arrivava una punizione e la faccenda finiva lì.

Probabile era molto peggio.

«Quindi l’ho rotta.»

«Non necessariamente.»

«Hai appena detto che è probabile.»

«Probabile non significa necessariamente.»

Sofia lasciò cadere la vite sul tavolo.

«Non puoi dire tutte e due le cose.»

«Perché?»

«Perché una deve essere vera.»

Sua madre appoggiò il libro a faccia in giù.

Sofia lo raddrizzò.

«Così si rovina.»

La madre guardò prima il libro, poi lei.

«Hai ragione.»

Lo richiuse e lo mise accanto alla tazza.

Sofia si sentì leggermente meglio.

Almeno quello era stato sistemato.

Fuori dalla finestra il pomeriggio aveva cominciato a perdere luce. Nella stanza non era ancora buio, ma gli angoli più lontani sembravano essersi fatti più profondi. Sofia accese la lampada sul tavolo.

La sveglia diventò improvvisamente molto più visibile.

Non più comprensibile.

Solo più visibile.

«Se non l’ho rotta io, perché non funziona?»

«Non lo so.»

Sofia la fissò.

Sua madre sapeva molte cose. Non tutte, naturalmente. Sofia aveva già verificato anche quello. Non sapeva aggiustare il rubinetto del bagno senza chiamare qualcuno, confondeva spesso i nomi degli attrezzi e una volta aveva cercato per dieci minuti gli occhiali che aveva sulla testa.

Ma quando Sofia faceva una domanda, di solito arrivava una risposta.

Quella sera no.

«Come fai a non saperlo?»

«Con grande naturalezza.»

«Mamma.»

«Sofia.»

«Sto parlando sul serio.»

«Anch’io.»

Sofia incrociò le braccia.

Sua madre la osservò per qualche secondo, poi indicò la sveglia.

«Che cosa sai?»

«Che non funziona.»

«Altro.»

«Che prima funzionava.»

«Altro.»

Sofia sospirò.

«Che l’ho aperta.»

«Altro.»

«Che ho tolto questa.»

Mostrò una piccola ruota dentata.

«E poi?»

«L’ho rimessa.»

«Nello stesso posto?»

Sofia esitò.

«Sì.»

«Sei sicura?»

La risposta le arrivò subito alla bocca.

Sì.

Rimase lì.

Sofia guardò l’ingranaggio.

Ricordava di averlo tolto. Ricordava di averlo appoggiato vicino alle forbici. Ricordava anche di averlo rimesso.

Ma nello stesso verso?

Quello non lo ricordava.

«No.»

Sua madre annuì.

«Ecco una cosa che prima non sapevi.»

«Non abbiamo risolto niente.»

«Non ancora.»

Sofia detestava non ancora quasi quanto probabile.

Prese la ruota, riaprì il retro della sveglia e provò a inserirla al contrario.

Non entrava.

La girò.

Entrò.

Richiuse il fermo, spinse delicatamente uno degli ingranaggi.

Il meccanismo si mosse per pochi millimetri e si bloccò.

Sofia provò di nuovo.

Niente.

«È rotta.»

«Può darsi.»

«Di nuovo?»

Sua madre rise.

Sofia no.

La luce fuori continuava a diminuire.

Sul tavolo c’erano sei viti, una sveglia aperta, un libro chiuso, una tazza e troppe possibilità.

Sua madre riprese il libro.

«Vuoi sentire una cosa strana?»

«No.»

«Perfetto.»

Lo aprì comunque.

Sofia riconobbe il nome sulla copertina. Freud. Ce n’erano diversi in casa e avevano tutti l’aria di libri che avrebbero potuto essere molto più corti se chi li aveva scritti si fosse impegnato.

«Dice che—»

«Non mi interessa.»

«Non sai ancora cosa.»

«Se è Freud, qualcuno vuole fare qualcosa e non sa perché.»

La madre rimase immobile.

Poi scoppiò a ridere.

«Freudiana.»

Sofia la guardò, offesa.

«Non è una parola.»

«Adesso sì.»

«Non è così.»

«No. Però come riassunto ha un certo talento.»

Sofia tornò alla sveglia.

«La sveglia non vuole niente.»

«Ne sei sicura?»

«È una sveglia.»

«Ottima osservazione.»

«Le cose non vogliono.»

«E le persone?»

Sofia scrollò le spalle.

«Le persone dicono cosa vogliono.»

Il sorriso della madre cambiò appena.

Non sparì. Diventò più piccolo.

«Sempre?»

Sofia ci pensò.

A scuola una bambina le aveva detto che non le importava essere stata esclusa da un gioco e poi aveva passato tutta la ricreazione vicino alla porta, guardando gli altri.

Un adulto che conoscevano ripeteva spesso di non essere arrabbiato proprio quando cominciava a parlare più piano.

Sua madre diceva non ho niente certe volte in cui evidentemente qualcosa aveva.

«No.»

«Allora come fai a capirlo?»

«Guardo.»

«Cosa?»

«Quello che fanno.»

«E se quello che fanno non basta?»

Sofia abbassò gli occhi sulla sveglia.

«Guardo meglio.»

La madre non rispose.

Quella risposta sembrava averla resa improvvisamente seria.

Sofia si accorse di essere osservata e la cosa la infastidì.

«Che c’è?»

«Niente.»

«Stai facendo quella faccia.»

«Quale faccia?»

«Quella in cui pensi qualcosa e non lo dici.»

Sua madre sorrise di nuovo.

«Allora stai già guardando meglio.»

Sofia avrebbe voluto sapere cosa significasse.

Ma ormai conosceva il meccanismo.

Se avesse chiesto, probabilmente sarebbe arrivata un’altra domanda.

Tornò alla sveglia.

Provò a muovere l’ingranaggio più grande. Poi quello piccolo. Seguì con lo sguardo il punto in cui i denti si incontravano.

Uno sembrava non arrivare abbastanza vicino all’altro.

Prese il cacciavite.

«Aspetta.»

La voce della madre la fermò.

«Cosa?»

«Prima di smontarla ancora.»

Sofia posò lentamente il cacciavite.

La madre si alzò e andò verso un mobile.

«Ho una cosa per te.»

«Perché?»

«Perché sì.»

«Non è una risposta.»

«È una risposta perfettamente valida. Semplicemente non ti piace.»

Aprì un cassetto.

Quando tornò, teneva qualcosa nel palmo.

Era piccolo.

Metallo lucido, bordi arrotondati, abbastanza pesante da sembrare più importante delle sue dimensioni.

Sofia lo prese.

Lo girò.

Sotto c’era una chiave.

«Cos’è?»

«Prova.»

Sofia girò la chiave.

Una volta.

Due.

Alla terza sentì aumentare la resistenza.

Si fermò.

«Perché ti sei fermata?»

«Diventa più duro.»

«E quindi?»

«Quindi se continuo posso romperlo.»

La madre annuì.

Sofia aprì il coperchio.

La melodia cominciò.

Non era forte.

Doveva quasi stare zitta per sentirla bene.

Per qualche secondo Sofia dimenticò la sveglia.

Guardò dentro.

«Come funziona?»

«Eccola.»

«Cosa?»

«La domanda.»

Sofia alzò gli occhi.

«Quale domanda?»

«Quella che fai sempre.»

Sofia tornò a guardare il meccanismo.

«Voglio aprirlo.»

«Lo immaginavo.»

«Posso?»

«Non oggi.»

«Perché?»

«Perché vorrei che sopravvivesse almeno fino a domani.»

Sofia sbuffò.

La melodia continuò.

«Però posso spiegarti una parte.»

Sua madre avvicinò la sedia e si sedette accanto a lei.

Non le spiegò tutto.

Le mostrò la chiave. La tensione accumulata. Il cilindro che ruotava. Le piccole parti che producevano le note.

Sofia seguiva il percorso con gli occhi.

Una cosa spingeva un’altra cosa.

Quella ne muoveva un’altra.

Ogni nota aveva una causa.

Questo le piaceva.

«Quindi non decide la musica.»

«No.»

«È già lì.»

«In un certo senso.»

«Allora se conosco il meccanismo posso sapere quale nota viene dopo.»

«Probabilmente.»

Sofia le lanciò un’occhiata.

Sua madre trattenne un sorriso.

«L’hai fatto apposta.»

«Forse.»

«Anche forse è una parola inutile.»

«Le parole inutili sono spesso quelle che servono quando non sappiamo abbastanza.»

Sofia scosse la testa.

«Se non sai abbastanza, devi trovare più informazioni.»

«È una possibilità.»

«È quella giusta.»

La madre rimase in silenzio.

Il carillon continuava a suonare tra loro.

«E se non puoi?»

Sofia guardò il meccanismo.

«Aspetti.»

«E se non puoi aspettare?»

«Cerchi comunque.»

«E se alcune cose non hanno una risposta che puoi trovare?»

Sofia sollevò finalmente gli occhi.

Quella domanda non le piaceva.

Non perché fosse difficile.

Perché sembrava sbagliata.

«Tutte le cose hanno una risposta.»

Sua madre non la contraddisse.

Fu peggio.

«Ce l’hanno.»

«Può essere.»

«Prima hai detto che le parole così servono quando non sappiamo abbastanza.»

«Esatto.»

«Quindi non sai se tutte le cose hanno una risposta.»

«No.»

«E questa cosa non ti dà fastidio?»

La madre guardò verso la finestra.

Il vetro rifletteva ormai più la stanza che il cielo.

«A volte moltissimo.»

Sofia aspettò.

«E cosa fai?»

Sua madre abbassò lo sguardo sul carillon.

«Cerco quello che posso capire.»

«E il resto?»

«Cerco di non inventarmelo soltanto perché il vuoto mi fa paura.»

Sofia rimase immobile.

Questa risposta le sembrava più importante delle altre, ma non capiva perché.

La melodia terminò.

Il silenzio che seguì fu improvvisamente grande.

Sofia guardò la sveglia aperta.

Poi il carillon.

«La sveglia l’ho rotta io.»

«Non lo sappiamo.»

«Ma è più probabile.»

«Sì.»

«Se domani la porto da qualcuno che sa aggiustarla, può capire cosa ho fatto.»

«Forse.»

Sofia fece una smorfia.

«Probabilmente.»

Sua madre rise.

«Probabilmente.»

Sofia raccolse le sei viti e le mise in un bicchiere perché nessuna potesse cadere. Sistemò accanto la ruota dentata. Richiuse il coperchio della sveglia senza avvitarlo.

Non era riparata.

Ma almeno adesso sapeva quali parti non sapeva.

Sua madre tornò al libro.

«Mamma.»

«Mh?»

«Prima hai detto che avevi una cosa per me.»

«Sì.»

«Intendevi questo?»

Indicò il carillon.

«Sì.»

«Quindi è mio?»

«Se lo vuoi.»

Sofia lo prese con entrambe le mani.

«Perché me lo dai?»

Sua madre alzò gli occhi dalla pagina.

Per un momento sembrò sul punto di rispondere.

Poi cambiò idea.

«Perché credo che saprai ascoltarlo.»

Sofia aggrottò la fronte.

«È fatto per essere ascoltato.»

«Appunto.»

Era una risposta assurda.

Sofia decise che un giorno avrebbe capito anche quella.

Portò il carillon più vicino alla lampada.

Lo osservò ancora.

Non lo aprì.

Non cercò le viti.

Non tentò di scoprire come smontarlo.

Girò invece la chiave finché sentì la resistenza aumentare sotto le dita e si fermò esattamente prima del punto in cui avrebbe dovuto forzarla.

Poi aprì il coperchio.

La musica ricominciò.

Sua madre riprese a leggere.

Sofia ascoltò.

Fuori era diventato buio e la lampada illuminava soltanto una parte del tavolo. La sveglia rotta rimaneva appena oltre il cerchio di luce.

Sofia avrebbe potuto spostarla.

Non lo fece.

Per la prima volta da quando aveva smesso di funzionare, riuscì a lasciarla lì senza sapere ancora perché.

Aspettò che la melodia arrivasse alla fine.

Il meccanismo rallentò.

L’ultima nota vibrò appena nel metallo e scomparve.

Sofia rimase qualche secondo con le dita sulla chiave.

Poi la girò di nuovo.

—

Un posto all’Ombra espande momenti già presenti per tracce nel canone de «Le Cronache del Gentiluomo delle Ombre», senza cambiare la causalità della trilogia.