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Un posto all’Ombra · Le cose che non si mettono al dito

UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 002

Le cose che non si mettono al dito

⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.

La vita continua anche quando il capitolo finisce.

La porta si chiuse senza sbattere.

Sofia rimase ad ascoltarla.

Non il rumore della serratura. Quello era arrivato subito, secco, riconoscibile.

Ascoltava ciò che veniva dopo.

I passi di Ettore nel corridoio.

Uno.

Due.

Tre.

Poi niente.

Aspettò ancora.

Sul tavolo, uno dei monitor era entrato in sospensione. Lo schermo nero restituiva una versione pallida della stanza e, al centro, una donna immobile con una mano stretta intorno a qualcosa che aveva appena accettato senza volerlo.

Sofia aprì il pugno.

L’anello era ancora lì.

Lo aveva tolto dalla catenina appena Ettore aveva lasciato la stanza.

Non sapeva perché.

O meglio: lo sapeva benissimo, ma preferiva formulare la domanda in modo meno irritante.

Lo appoggiò sulla scrivania.

Il piccolo corvo inciso sulla superficie rimase inclinato verso di lei.

«Non guardarmi così.»

L’anello non rispose.

Era già una qualità.

Sofia tornò alla porta e controllò la serratura.

Chiusa.

Controllò la telecamera del pianerottolo.

Nessuno.

Fece scorrere indietro la registrazione. Ettore comparve nel riquadro, attraversò il corridoio e sparì oltre il limite dell’inquadratura.

Sofia aspettò che il sistema agganciasse la telecamera esterna.

Niente.

«Certo.»

Ettore poteva entrare nel suo rifugio senza fare rumore e uscirne senza concederle neppure la soddisfazione di sapere in quale direzione fosse andato.

Tornò alla scrivania.

L’anello era ancora lì.

Lo prese.

Lo infilò all’indice.

Troppo largo.

Provò il medio.

Entrava.

Sofia osservò la propria mano.

Non successe niente.

Nessun allarme.

Nessuna porta segreta si aprì.

Non comparve Ettore alle sue spalle per congratularsi.

Era soltanto un anello.

Un piccolo oggetto di metallo con un simbolo inciso sopra.

Lo tolse immediatamente.

«No.»

Quella volta non stava parlando con l’anello.

Aprì il portatile.

Sul display era rimasto il fascicolo che Ettore aveva lasciato aperto abbastanza a lungo perché lei vedesse il nome.

MARCO ALIGHIERI

Sofia lo fissò.

Poi chiuse il file.

Lo riaprì.

«Questa non conta.»

Cominciò a leggere.

Età.

Residenza.

Legami familiari.

Informazioni economiche.

Una quantità sorprendente di dettagli per un uomo che, fino a pochi minuti prima, per lei non esisteva.

Scorse la pagina verso il basso.

La cosa che la disturbava non era quanto sapessero di Marco.

Era come lo avevano scritto.

Non c’erano frasi inutili.

Nessuna biografia.

Nessun tentativo di raccontare una persona.

C’erano vulnerabilità.

Relazioni.

Abitudini.

Punti di accesso.

Sofia tornò all’inizio.

MARCO ALIGHIERI

«Complimenti.»

Si appoggiò allo schienale.

«Non ci siamo ancora conosciuti e sei già un problema.»

Il carillon era accanto al monitor.

Lo vide soltanto allora.

Probabilmente era stato lì per tutta la conversazione con Ettore.

La cosa la infastidì.

Prese il piccolo oggetto metallico e lo spostò dall’altra parte della scrivania.

Poi guardò l’anello.

Due oggetti.

Entrambi di metallo.

Entrambi abbastanza piccoli da stare nel palmo di una mano.

Sofia li mise uno accanto all’altro.

Il confronto era stupido.

Proprio per questo continuò a farlo.

Il carillon non le aveva mai chiesto niente.

Sua madre glielo aveva dato e basta.

Nessuna condizione.

Nessuna promessa.

Nessuna frase del tipo per noi sei pronta.

Sofia prese l’anello e lo allontanò.

«Tu invece sei arrivato con un contratto.»

Aprì un terminale.

Digitò il nome di Marco.

Cancellò.

Lo digitò di nuovo.

Questa volta avviò la ricerca.

Comparvero risultati ordinari.

Profili.

Tracce pubbliche.

Indirizzi vecchi.

Niente che il fascicolo di Ettore non sapesse già.

Sofia incrociò le braccia.

Il problema non era trovare informazioni.

Il problema era decidere quali informazioni non cercare.

Quella considerazione la irritò più dell’anello.

Aveva sempre creduto che sapere di più fosse meglio che sapere di meno.

I sistemi mentivano attraverso ciò che nascondevano. Le persone anche.

Per capire, bisognava guardare.

Meglio.

Più a lungo.

Più in profondità.

Sua madre avrebbe probabilmente trasformato la questione in una domanda.

Sofia poteva quasi sentirla.

Che cosa vuoi sapere davvero?

«Se posso evitare che lo ammazzino.»

La risposta uscì prima che potesse fermarla.

Sofia rimase immobile.

Il loft continuò a funzionare intorno a lei.

Una ventola cambiò velocità.

Un disco entrò in attività.

Da qualche parte un relè scattò due volte.

Sofia guardò nuovamente il nome sullo schermo.

Non conosceva Marco.

Non gli doveva niente.

Era un incarico.

Una missione delicata.

Una promozione definitiva.

Le parole di Ettore erano state scelte bene.

Quasi tutte le gabbie funzionavano meglio quando qualcuno le chiamava opportunità.

Sofia chiuse la ricerca.

Poi la riaprì.

«Va bene.»

Si alzò.

Prese una tazza dalla cucina.

La riempì d’acqua.

La lasciò sul piano senza bere.

Tornò indietro.

«Facciamo ordine.»

Il carillon a sinistra.

L’anello a destra.

Marco sullo schermo.

Sofia al centro.

Era una disposizione ridicola.

Ma almeno era una disposizione.

Aprì un file vuoto.

Scrisse:

CONTATTO: MARCO ALIGHIERI

Sotto aggiunse:

Richiesta di Ettore: ingresso nel Collettivo.

Creò una seconda riga.

Scelta di Marco: sconosciuta.

Il cursore lampeggiò.

Una volta.

Due.

Tre.

Sofia appoggiò le dita sulla tastiera.

Avrebbe potuto aggiungere irrilevante.

Era ciò che Ettore le aveva appena detto, senza usare quella parola.

La scelta giusta.

Inevitabilmente.

Per noi sei pronta.

Accettalo.

Oppure.

Sofia lasciò la riga com’era.

Scelta di Marco: sconosciuta.

Salvò il file.

«Ecco.»

Non era una ribellione.

Non era nemmeno un piano.

Ettore voleva che Marco entrasse nel Collettivo.

Sofia avrebbe fatto ciò che le era stato ordinato.

Quello non cambiava.

Ma per qualche ragione le sembrava importante che, almeno in un file che Ettore non avrebbe letto, esistesse ancora una differenza tra ciò che lui voleva e ciò che Marco avrebbe scelto.

Prese l’anello.

Lo fece ruotare tra le dita.

Il corvo sparì.

Ricomparve.

Sparì di nuovo.

Sua madre le aveva insegnato che una cosa poteva essere visibile senza essere comprensibile.

Ettore sembrava convinto del contrario.

Per lui comprendere una persona significava sapere dove premere.

Sofia guardò il fascicolo.

Forse era quella la parte che le dava fastidio.

Non il fatto che Ettore volesse manipolare Marco.

Il fatto che avesse chiesto a lei di farlo.

Perché sapeva che ne era capace.

Si alzò e andò davanti allo specchio vicino all’ingresso.

Aprì la catenina.

Infilò l’anello.

La richiuse.

Il metallo scivolò fino al centro del petto.

Sofia si guardò.

Da lontano poteva sembrare un ciondolo.

Da vicino era chiaramente un anello.

Al dito sarebbe stato un’appartenenza.

Lì era qualcos’altro.

Un peso.

Un promemoria.

Forse una minaccia che aveva deciso di portare con sé invece di fingere che non esistesse.

«Questo è il massimo che ottieni.»

Ettore non era lì per sentirla.

Meglio.

Le frasi dette quando nessuno poteva ascoltarle avevano almeno il vantaggio di non dover impressionare nessuno.

Sofia tornò alla scrivania.

Il carillon era rimasto solo.

Lo aprì.

La melodia cominciò piano.

Non copriva il rumore dei server.

Non copriva il traffico lontano.

Non copriva neppure il ronzio fastidioso dell’alimentatore del monitor centrale.

Esisteva insieme a tutto il resto.

Sofia abbassò gli occhi sull’anello.

Poi sul nome di Marco.

Scelta di Marco: sconosciuta.

La musica continuò.

Per un momento pensò di aggiungere un’altra riga.

Scelta di Sofia: sconosciuta.

Sorrise.

«Non esageriamo.»

Chiuse il file.

Ma non lo cancellò.

—

Un posto all’Ombra espande momenti già presenti per tracce nel canone de «Le Cronache del Gentiluomo delle Ombre», senza cambiare la causalità della trilogia.