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Un posto all’Ombra · Quello che nessuno farà

UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 004

Quello che nessuno farà

⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.

La vita continua anche quando il capitolo finisce.

Sofia aveva smesso di chiedersi se Ettore dovesse morire.

Quella parte era diventata semplice.

Le cose semplici erano pericolose. Lo sapeva. Aveva passato abbastanza tempo davanti a sistemi, persone e problemi apparentemente semplici da sapere che quasi sempre significava che qualcuno aveva smesso troppo presto di farsi domande.

Quella sera, però, non aveva voglia di ricominciare.

Ettore doveva morire.

Lo pensò senza rabbia. Questo la sorprese.

Si sarebbe aspettata qualcosa di più violento: il sangue che accelerava, le mani che tremavano, magari il desiderio infantile di vederlo soffrire. Invece sentiva soltanto una specie di quiete. Una linea tracciata attraverso tutto ciò che era successo.

Prima.

Dopo.

Ettore vivo.

Ettore morto.

Non c’era altro.

Sofia rimase seduta al tavolo con le braccia incrociate. Davanti a lei non c’era nulla che avesse bisogno di essere guardato. Aveva già controllato abbastanza. Il resto era nella sua testa e, da qualche ora, sembrava essersi disposto da solo.

Il problema non era Ettore.

Il problema erano gli altri.

Si alzò.

Andò alla finestra e spostò appena la tenda. Fuori non c’era niente di interessante. Una macchina parcheggiata male. Una finestra illuminata nel palazzo di fronte. Qualcuno che passava con un cane e aveva l’aria di essere convinto che il giorno dopo sarebbe esistito esattamente come quello appena trascorso.

Sofia lasciò ricadere la tenda.

Pensò a Luca.

Lo fece apposta.

Era da ore che cercava di non farlo.

Luca avrebbe capito.

No.

Sofia si appoggiò al muro.

Luca avrebbe capito che qualcosa non andava. Era diverso.

Capire lei era una cosa. Accettare quello che aveva deciso era un’altra.

Avrebbe cominciato a parlare.

Questa era la prima certezza.

Le avrebbe chiesto se fosse impazzita. Poi avrebbe smesso di chiederlo e avrebbe provato a convincerla. Le avrebbe detto che doveva esserci un altro modo.

Sofia chiuse gli occhi.

Un altro modo.

Certo.

C’era sempre un altro modo quando non eri tu a dover dire quale.

Aspettare.

Trattare.

Seguire Ettore.

Provare a capire.

Raccogliere altre prove.

Trovare qualcun altro.

Costruire qualcosa di migliore.

Essere più intelligenti.

Essere più pazienti.

Essere persone migliori.

Sofia aprì gli occhi.

Nel frattempo Ettore sarebbe rimasto vivo.

Era questo che Luca non avrebbe capito.

O forse l’avrebbe capito benissimo ed era proprio quello il problema.

Luca avrebbe continuato a considerare la vita di Ettore una parte del problema.

Per Sofia era diventata il problema.

Tornò al tavolo.

Si sedette.

Appoggiò le mani davanti a sé.

«Se esce da lì, ricomincia tutto.»

La frase rimase nella stanza.

Sofia aspettò qualche secondo, come se qualcuno dovesse contestarla.

Nessuno lo fece.

Meglio.

Ettore non avrebbe smesso.

Non perché fosse pazzo. Non perché fosse un mostro nel modo semplice in cui la gente aveva bisogno che fossero i mostri. Avrebbe continuato perché aveva sempre una ragione. Era quella la parte peggiore.

Una ragione per mentire.

Una ragione per manipolare.

Una ragione per decidere.

Una ragione per sacrificare qualcosa oggi in nome di qualcosa che, secondo lui, domani sarebbe stato più importante.

E quando qualcuno gli chiedeva con quale diritto, Ettore aveva sempre già superato quella domanda.

Sofia strinse le labbra.

«Bastardo.»

Questa volta c’era rabbia.

Durò poco.

La rabbia non serviva.

Serviva arrivare fino in fondo.

Pensò ad Alessandro.

Falchi avrebbe cercato di fermarla.

Non fisicamente, forse. Non subito. Avrebbe fatto qualcosa di peggio.

Avrebbe ragionato.

Sofia quasi sorrise.

Alessandro aveva quel modo di parlare che sembrava partire dal presupposto che il mondo fosse ancora obbligato ad avere senso. Gli avrebbe chiesto che cosa pensasse di ottenere. Le avrebbe ricordato le conseguenze. Avrebbe provato a separare Ettore da tutto ciò che Ettore aveva fatto.

Le persone dalle azioni.

Le responsabilità dalle vendette.

Sofia lo immaginò dirle che non poteva decidere una cosa simile da sola.

Si fermò.

Quella frase rimase.

Non puoi decidere una cosa simile da sola.

Sofia si passò una mano sul viso.

Era stanca.

Questa era una spiegazione possibile.

Troppo stanca per continuare a distinguere ciò che voleva da ciò che era necessario.

Si impose di considerarla.

Forse era davvero così.

Forse aveva bisogno di dormire.

Forse il giorno dopo tutto le sarebbe sembrato diverso.

Forse avrebbe guardato ciò che aveva deciso e si sarebbe chiesta che cazzo le fosse passato per la testa.

La possibilità le diede quasi sollievo.

Poi immaginò Ettore che se ne andava.

Il sollievo scomparve.

No.

Il giorno dopo non avrebbe cambiato ciò che sapeva.

Avrebbe soltanto avuto più paura di agire.

Quella non era saggezza.

Era debolezza.

Sofia si alzò di nuovo.

Stava camminando troppo. Se ne accorse e la cosa la irritò. Tornò alla sedia quasi per dispetto e si costrinse a restare seduta.

Doveva separare le cose.

Era sempre stata brava a farlo.

Ettore.

Lei.

Luca.

Falchi.

Marta.

Emanuel.

Un nome alla volta.

Niente emozioni. Solo conseguenze.

Marta.

Sofia sentì immediatamente la risposta.

No.

Marta no.

Non ebbe bisogno di argomentare.

La cosa la disturbò.

Provò comunque.

Marta non c’entrava. Marta aveva già pagato abbastanza. Marta doveva essere fuori da tutto quello prima che finisse.

Bene.

Emanuel.

La risposta arrivò quasi insieme.

Fuori anche lui.

Non per affetto. Non esattamente. Era legato a Marta e, qualunque cosa Sofia pensasse di lui, se avesse portato Marta via sarebbe uscito con lei.

Due persone.

Salve.

Sofia respirò lentamente.

Era una buona cosa.

Avrebbe dovuto farla sentire meglio.

Non successe.

Passò a Falchi.

Qui la risposta non arrivò.

Alessandro sapeva in che cosa era entrato.

La frase comparve con una facilità che la disgustò.

Sofia la osservò.

Sapeva in che cosa era entrato.

Era vero?

In parte.

Sapeva di Ettore. Sapeva del Collettivo. Sapeva che le cose potevano diventare violente.

Questo significava che aveva accettato di morire?

No.

Sofia guardò altrove.

Non era la domanda giusta.

La domanda giusta era se Ettore potesse essere fermato senza rischiare che qualcuno morisse.

La risposta era no.

Meglio.

Più pulito.

Alessandro era dentro quella guerra.

Le guerre avevano conseguenze.

Sofia sentì qualcosa chiudersi dentro di lei.

Non del tutto.

Ma abbastanza.

Poi arrivò Luca.

Questa volta non riuscì a spostare la domanda.

Se funziona, Luca muore.

Nient’altro.

Nessuna frase intorno.

Sofia abbassò lo sguardo sulle proprie mani.

Se funziona, Luca muore.

Inspirò.

Espulse lentamente l’aria.

Se funziona, Luca muore.

«Lo so.»

La propria voce la fece trasalire.

Per un istante si sentì ridicola. Parlava da sola in una stanza vuota come se dovesse rendere conto a qualcuno.

Forse doveva.

Luca non avrebbe accettato.

Questo era certo.

Avrebbe cercato di fermarla.

Anche questo era certo.

Avrebbe preferito rischiare di perdere Ettore piuttosto che accettare quella soluzione.

Sofia sentì la parola formarsi prima ancora di volerla.

Codardo.

La respinse immediatamente.

No.

Luca non era un codardo.

Era proprio questo che rendeva tutto più difficile.

Se lo fosse stato, avrebbe potuto disprezzarlo.

Ma Luca avrebbe avuto paura e sarebbe rimasto comunque.

Avrebbe guardato Ettore.

Avrebbe guardato lei.

E avrebbe cercato ancora un modo in cui nessuno dovesse morire.

Sofia serrò la mascella.

Un altro modo.

Di nuovo.

Sempre.

Un altro modo.

Quanto tempo serviva per ammettere che non c’era?

Quanto sangue?

Quante persone?

Quante vite rovinate?

Quando diventava moralmente accettabile smettere di cercare la soluzione perfetta e scegliere quella che funzionava?

Sofia si immobilizzò.

Quella che funzionava.

Eccola.

La frase le piacque.

Proprio per questo le fece paura.

Funzionare era una misura comoda.

Non chiedeva se una cosa fosse giusta.

Non chiedeva se ne avessi il diritto.

Chiedeva soltanto se raggiungeva l’obiettivo.

Sofia conosceva bene quel modo di pensare.

Lo aveva odiato in altre persone.

Improvvisamente vide Ettore seduto davanti a lei.

Non come un ricordo preciso. Più come una postura. La calma. Le mani ferme. Quell’aria insopportabile di chi aveva già considerato tutte le obiezioni e aveva deciso che nessuna fosse sufficiente.

Sofia si alzò così velocemente che la sedia strisciò sul pavimento.

«No.»

Il cuore le batteva forte.

Camminò fino alla cucina.

Aprì il frigorifero.

Lo richiuse.

Quella volta non le venne da insultarlo.

Restò con una mano sulla porta.

No.

Non era come Ettore.

Non aveva niente a che vedere con Ettore.

Ettore usava le persone.

Lei stava cercando di fermarlo.

Ettore decideva chi sacrificare perché pensava di avere il diritto di farlo.

Sofia—

Si fermò.

La stanza sembrò diventare più piccola.

Ettore decideva chi sacrificare perché pensava di avere il diritto di farlo.

Sofia chiuse gli occhi.

La differenza c’era.

Doveva esserci.

Lei sarebbe morta con loro.

La risposta arrivò con una forza quasi fisica.

Eccola.

Lei non stava mandando nessuno a morire restando al sicuro.

Non chiedeva agli altri qualcosa che non fosse disposta a pagare personalmente.

Se il prezzo era quello, lo avrebbe pagato anche lei.

Per intero.

Sofia riaprì gli occhi.

Il ragionamento si sistemò quasi immediatamente.

Era diverso.

Doveva essere diverso.

Lei non avrebbe chiesto a Luca di morire al posto suo.

Non avrebbe chiesto a Falchi di fare qualcosa che lei non avrebbe fatto.

Sarebbe rimasta lì.

Fino alla fine.

Questo contava.

Contava moltissimo.

Tornò verso il tavolo più lentamente.

Ogni passo sembrava rimettere ordine.

Non stava scegliendo chi doveva sacrificarsi.

Stava accettando un sacrificio necessario e mettendo se stessa nello stesso punto degli altri.

La formulazione era migliore.

Più precisa.

Sofia si sedette.

La ripeté mentalmente.

Un sacrificio necessario.

Le bastò qualche secondo per accorgersi che mancava qualcosa.

Necessario per chi?

La domanda arrivò piano.

Sofia la ignorò.

Non aveva bisogno di inseguire ogni pensiero soltanto perché esisteva.

Aveva imparato anche quello.

Ettore doveva essere fermato.

Quello era il centro.

Il resto era rumore.

Pensò di nuovo a Luca.

Questa volta provò a immaginarlo non come conseguenza, ma come persona.

Errore.

Vide il suo modo di guardarla quando capiva che stava mentendo.

Vide la piega della bocca quando cercava di non ridere.

Vide una discussione stupida che non aveva nessuna importanza e che proprio per questo tornò con una precisione insopportabile.

Sofia strinse le mani.

«Basta.»

Luca non poteva entrare lì.

Non come Luca.

Doveva essere una conseguenza.

Una perdita.

Un prezzo.

Qualcosa che non voleva, ma che poteva accettare.

La parola prezzo le fece schifo.

La mantenne.

Un prezzo.

Un prezzo non era una persona.

Era una quantità.

Una cosa che decidevi se potevi permetterti.

Sofia sentì improvvisamente freddo.

Si accorse di quello che aveva appena fatto.

Per qualche secondo non riuscì a respirare normalmente.

Luca non era un prezzo.

Lo sapeva.

Lo sapeva perfettamente.

Ed era proprio quello il problema.

Se avesse smesso di saperlo, sarebbe stato facile.

Non voleva che fosse facile.

Questo pensiero le diede un ultimo appiglio.

Il fatto che le facesse male significava qualcosa.

Significava che non era diventata—

Non completò la frase.

Prese il telefono.

Il nome di Luca era lì.

Avrebbe potuto chiamarlo.

Non dirgli tutto.

Solo sentirlo.

Una voce.

Una frase qualsiasi.

Avrebbe potuto chiedergli dove fosse.

Dirgli che aveva bisogno di parlargli.

Poi avrebbe visto.

Il pollice rimase sospeso.

Sofia immaginò la conversazione.

«Ho un piano.»

«Che piano?»

Poi il silenzio.

Poi Luca che capiva.

No.

Non avrebbe capito immediatamente tutto. Ma abbastanza.

Le avrebbe chiesto di fermarsi.

E a quel punto Sofia avrebbe dovuto scegliere davanti a lui.

Era questo che non voleva.

Non perché avesse paura che Luca avesse ragione.

Perché aveva paura che riuscisse a ricordarle che la domanda esisteva ancora.

Hai il diritto di farlo?

Sofia guardò il nome sullo schermo.

Non aveva bisogno del permesso di Luca.

La frase arrivò netta.

Era vero.

Non aveva bisogno del suo permesso per mettere a rischio la propria vita.

Il resto della frase non arrivò.

Sofia lo conosceva comunque.

Spense lo schermo.

Posò il telefono.

Rimase immobile.

Qualcuno doveva farlo.

Falchi non lo avrebbe fatto.

Luca non lo avrebbe fatto.

Marta non avrebbe dovuto farlo.

Emanuel avrebbe pensato a Marta.

Nessun altro avrebbe portato quella scelta fino alla fine.

Sofia sentì la propria respirazione rallentare.

Qualcuno doveva assumersi la responsabilità.

Questa volta la frase non le fece paura.

La accolse.

Qualcuno doveva smettere di cercare una via d’uscita che permettesse a tutti di sentirsi ancora persone perbene.

Qualcuno doveva accettare che certe cose, una volta iniziate, non finivano senza lasciare qualcosa per terra.

Qualcuno doveva essere abbastanza lucido da non confondere la paura del prezzo con una ragione per non pagarlo.

Sofia guardò il telefono.

Luca non avrebbe capito.

No.

Correzione.

Luca avrebbe capito e avrebbe detto di no.

Era diverso.

Molto diverso.

Sofia inspirò lentamente.

Poi prese il telefono.

Aprì la conversazione con Luca.

Scrisse:

Dobbiamo parlare.

Restò a guardare le tre parole.

Le cancellò.

Scrisse:

Domani non entrare.

Le cancellò ancora più velocemente.

Appoggiò il telefono sul tavolo.

Luca avrebbe fatto domande.

Sarebbe venuto comunque.

Avrebbe cercato di proteggerla.

Avrebbe cercato di proteggere persino Ettore da una decisione che considerava sbagliata.

E Sofia non poteva permetterlo.

Non quella volta.

Non dopo tutto.

Non quando finalmente sapeva cosa fare.

La certezza arrivò senza rumore.

Era quasi piacevole.

Sofia rimase seduta per qualche secondo, aspettando che qualcosa dentro di lei protestasse ancora.

Qualcosa lo fece.

Piano.

Troppo piano.

Hai il diritto di scegliere per lui?

Sofia prese il telefono.

Lo capovolse sul tavolo.

Non rispose.

Da quel momento la domanda non fu più se avrebbe parlato con Luca.

La domanda diventò soltanto come assicurarsi che Ettore non uscisse vivo dalla chiesa.

E Sofia, finalmente, tornò a sentirsi lucida.