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Un posto all’Ombra · Oltre il dovere
UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 007
Oltre il dovere
⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.
La vita continua anche quando il capitolo finisce.
Roma, 12 dicembre 2024
Alessandro aveva sempre avuto un problema con le cose fuori posto. Non una mania, almeno non secondo lui. Piuttosto un’abitudine. Una tazza troppo vicina al bordo del tavolo, una finestra chiusa male, un mazzo di chiavi lasciato dove capitava: piccole cose, ma abbastanza da attirare la sua attenzione. Era il modo in cui funzionava. Notare prima, capire dopo.
Quella sera, però, continuava a notare soprattutto Anna.
Era ancora lì, nel suo appartamento, e il fatto che fosse così ovvio avrebbe dovuto bastargli. Invece si sorprendeva a verificarlo quasi senza accorgersene: uno sguardo verso il soggiorno mentre sistemava due fascicoli, un altro mentre prendeva le tazze dalla cucina, un altro ancora mentre aspettava che l’acqua bollisse.
Anna se ne accorse.
«Se continui a sistemare quella penna, prima o poi si sentirà sotto pressione.»
Alessandro abbassò gli occhi. La penna era perfettamente parallela alla cartellina.
«Era storta.»
«Una tragedia.»
«Quasi.»
Lei sorrise appena. Alessandro raccolse le due tazze vuote dal tavolino.
«Ne vuoi un altro?»
«Caffè?»
«No. Vorrei evitare di sentirti parlare fino all’alba.»
«Detto dall’uomo che considera dormire una perdita di tempo.»
«Tè, allora.»
Anna fece spallucce. «Va bene.»
In cucina Alessandro riempì il bollitore e lo accese. Era un gesto semplice, quasi rassicurante proprio perché non richiedeva niente. Nessuna decisione, nessun rischio da valutare, nessun dettaglio da incrociare con un altro. Quando c’era un problema, sapeva sempre cosa fare. Separare i fatti dalle ipotesi, capire cosa poteva andare storto, ridurre le variabili.
Con Anna, invece, da un po’ di tempo le variabili sembravano moltiplicarsi.
Non perché non capisse il pericolo. Quello era chiarissimo. Anna aveva una capacità quasi professionale di finire vicino alle cose dalle quali sarebbe stato più prudente tenersi lontani. Faceva domande quando gli altri smettevano. Tornava sui dettagli. Insisteva quando avrebbe potuto lasciar perdere. Era il suo lavoro, ma era anche il suo carattere.
Proteggerla, quindi, aveva senso.
Era normale.
Alessandro si appoggiò al piano della cucina e guardò verso il soggiorno. Anna era seduta sul bracciolo del divano, con la testa leggermente inclinata verso la finestra. Non stava facendo nulla di pericoloso. Non c’era nessun motivo per controllare dove fosse.
Eppure lo aveva fatto.
Si voltò di nuovo verso il bollitore.
Quando tornò in soggiorno, le porse la tazza.
«Attenta, è caldo.»
Anna lo guardò, poi guardò il vapore che saliva.
«Davvero?»
Alessandro si rese conto di quanto fosse stupida la frase.
«Informazione riservata.»
«La terrò fuori dall’articolo.»
Bevve subito e fece una smorfia.
«Era caldo.»
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Lo stavi pensando.»
«Questo non puoi provarlo.»
Anna lo fissò per un momento, poi tornò a guardare fuori. Il silenzio che seguì non aveva niente di imbarazzante. Era una cosa che Alessandro aveva iniziato a notare da qualche tempo: con lei non serviva sempre parlare.
Anche quello gli dava fastidio più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Il silenzio, per lui, era sempre stato uno strumento. Serviva a osservare, a lasciare che qualcuno parlasse troppo, a cogliere esitazioni. Con Anna, invece, poteva semplicemente esserci. Nessuno dei due sembrava avere bisogno di riempirlo.
«Domani devo passare in redazione,» disse lei a un certo punto.
Alessandro reagì prima ancora di pensarci.
Orario. Percorso. Possibili deviazioni. Chi poteva sapere.
«A che ora?»
Anna si voltò piano.
«No.»
«No cosa?»
«Quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da piano operativo.»
Alessandro bevve un sorso di tè.
«Ti ho solo chiesto a che ora.»
«Sì, e intanto hai già deciso quale strada dovrei fare, dove parcheggiare e probabilmente anche da che lato del marciapiede camminare.»
Non rispose subito.
Anna sollevò un sopracciglio.
«Vedi?»
Alessandro appoggiò la tazza sul tavolino. Avrebbe potuto dirle che non era prudenza eccessiva. Che il rischio era reale. Che una parte del suo lavoro consisteva proprio nel prevedere quello che gli altri ignoravano finché non diventava un problema. Avrebbe potuto chiederle di non andare da sola, di scrivergli quando arrivava, di evitare certe strade.
Tutte richieste ragionevoli.
Tutte richieste che, improvvisamente, gli sembrarono troppo.
«A che ora pensi di andare?» chiese invece.
Anna lo studiò per qualche secondo.
«Verso le dieci.»
Lui annuì.
Lei aspettò.
«Tutto qui?»
«Tutto qui.»
«Niente scorta armata?»
«Posso organizzarmi.»
«Sto bene così.»
«Perfetto.»
Anna sorrise e tornò a sedersi. Alessandro la guardò ancora per un momento e si rese conto che aveva dovuto trattenersi dal dire altro.
Quello era il punto.
Non era la prima volta che si preoccupava per qualcuno. Aveva protetto persone per lavoro molte volte. Vittime, testimoni, clienti, perfino persone che non gli piacevano. La preoccupazione professionale aveva regole abbastanza semplici: si valutava il pericolo, si prendevano precauzioni, si accettava che non tutto dipendesse da te.
Con Anna, invece, quella parte finale non gli riusciva più.
Si sedette sulla poltrona di fronte a lei. Anna teneva la tazza con entrambe le mani e osservava la pioggia. Aveva una ciocca di capelli ancora leggermente umida vicino alla tempia e un’aria stanca che cercava di nascondere raddrizzando le spalle.
Dettagli inutili.
Dettagli che non servivano a niente.
Alessandro se ne accorse con una certa irritazione.
Aveva sempre pensato che la stesse proteggendo perché era esposta. Perché stava scavando troppo vicino a persone pericolose. Perché chiunque, nella sua posizione, avrebbe avuto bisogno di qualcuno capace di guardare un po’ più avanti.
La spiegazione funzionava.
Quasi.
Perché se fosse stata davvero solo una questione di lavoro, non avrebbe continuato a notare Anna quando non c’era niente da controllare. Non gli sarebbe importato di come teneva la tazza, di quanto fosse stanca, del fatto che fosse ancora lì.
E soprattutto non avrebbe provato quella sensazione ogni volta che pensava a qualcosa che poteva succederle.
Provò a formulare il pensiero nel modo più neutro possibile.
La proteggo perché è in pericolo.
Vero.
La proteggo perché è coinvolta in qualcosa di più grande di lei.
Vero.
La proteggo perché farei lo stesso con chiunque.
Alessandro rimase fermo.
No.
Con chiunque avrebbe fatto il proprio dovere. Avrebbe valutato il rischio, preso le misure necessarie, fatto tutto quello che era corretto fare.
Ma non sarebbe rimasto a pensare alla persona mentre preparava il tè.
Non gli sarebbe importato che fosse ancora nella stanza.
Non avrebbe sentito quel peso allo stomaco all’idea di poter arrivare un secondo troppo tardi.
Anna lo guardò.
«Dove sei finito?»
«Qui.»
«Risposta pessima.»
«Domanda vaga.»
«Stavi fissando il pavimento.»
Alessandro abbassò gli occhi.
«È sospetto.»
«Molto.»
Sorrise appena, poi tornò serio.
Il pensiero, però, era rimasto lì.
Se fosse successo qualcosa ad Anna, non avrebbe pensato di aver fallito un incarico. Non sarebbe stato quello il punto.
Avrebbe perso Anna.
La differenza gli arrivò addosso con una semplicità quasi fastidiosa.
Anna appoggiò la tazza.
«Alessandro.»
Lui alzò gli occhi.
«Non devi preoccuparti continuamente per me.»
Avrebbe potuto rispondere in molti modi. Dirle che non lo faceva. Che era il suo lavoro. Che stava esagerando.
Non disse nessuna di quelle cose.
«Non voglio decidere per te.»
Anna lo osservò.
«Bene.»
«Ma non significa che non mi preoccupi.»
Ci fu un breve silenzio.
Per una volta Alessandro non sentì il bisogno di correggere la frase, ridimensionarla, trasformarla in qualcos’altro.
Anna abbassò lo sguardo sulla tazza.
«Posso convivere con questo.»
«Generosa.»
«Non abituarti.»
Alessandro sorrise.
La conversazione finì lì, almeno in apparenza. Anna si alzò e fece qualche passo verso di lui. Fuori continuava a piovere, senza fretta. Non c’era nessuna minaccia, nessun rumore sospetto, nessuna decisione urgente.
E forse proprio per questo Alessandro capì che non poteva più nascondersi dietro il mestiere.
Proteggere qualcuno, fino ad allora, aveva sempre significato tenere il pericolo abbastanza lontano.
Con Anna era diventato qualcosa di diverso.
Il pericolo non gli faceva paura perché poteva fallire nel proteggerla.
Gli faceva paura perché poteva portargliela via.
Non diede un nome a quella differenza.
Non ancora.
Ma smise di fingere di non vederla.