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Un posto all’Ombra · La missione perfetta
UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 011
La missione perfetta
⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.
La vita continua anche quando il capitolo finisce.
Corvus arrivò sul tetto alle due e diciassette.
La pioggia era finita da poco. Sulle tegole restavano piccole pozze nere che riflettevano le finestre illuminate dei palazzi dall'altra parte della strada.
Rimase immobile per qualche secondo.
Tre finestre accese.
Una al quarto piano.
Due al secondo.
Nessun movimento.
L'edificio davanti a lui era un vecchio palazzo per uffici, sei piani stretti tra una banca e uno studio notarile. Di giorno entravano e uscivano decine di persone. Di notte restavano un custode, due telecamere nel cortile e un sistema d'allarme che impiegava ventidue secondi a trasferire una segnalazione alla centrale.
Ventidue secondi erano molti.
Corvus ne avrebbe usati meno.
Controllò l'orologio.
Due e diciotto.
L'ordine di Ettore era semplice.
Entrare.
Raggiungere l'ufficio al quinto piano.
Prendere una busta dalla cassaforte.
Uscire.
Nient'altro.
Corvus scese dal tetto.
Non usò la porta.
Una grondaia correva lungo il muro fino a una terrazza al piano inferiore. Il metallo era ancora bagnato. Appoggiò il peso dove i supporti entravano nella muratura e scese senza produrre più rumore della pioggia che continuava a cadere dalle cornici.
La finestra della terrazza era chiusa.
Lo sapeva.
La aprì in undici secondi.
Dentro c'era una sala riunioni.
Tavolo lungo.
Dodici sedie.
Un proiettore spento.
Una bottiglia d'acqua lasciata a metà.
Corvus attraversò la stanza senza guardare altro.
Non era lì per sapere chi avesse bevuto da quella bottiglia.
Non era lì per capire perché una sedia fosse rimasta spostata.
Non era lì per cercare qualcosa che Ettore non gli aveva chiesto.
Il corridoio era vuoto.
Alla sua sinistra, una telecamera ruotava lentamente.
Aveva contato il movimento durante i sopralluoghi.
Sei secondi verso la porta principale.
Due di pausa.
Sei secondi verso gli ascensori.
Corvus aspettò.
La telecamera si voltò.
Passò.
Al quinto piano la cassaforte era dietro un quadro.
Ettore gli aveva dato la combinazione.
Non gli aveva detto cosa contenesse la busta.
Corvus non glielo aveva chiesto.
Aprì.
Dentro c'erano documenti, una scatola di velluto e una busta color avorio.
Prese soltanto la busta.
Richiuse la cassaforte.
Rimise il quadro nella stessa posizione.
Due e ventisei.
Otto minuti.
Poteva essere fuori dall'edificio in meno di quattro.
Scese per la scala di servizio.
Al quarto piano sentì un rumore.
Si fermò.
Non era una porta.
Non erano passi.
Qualcosa aveva urtato il pavimento.
Poi una voce.
«C'è qualcuno?»
Corvus rimase immobile.
La voce arrivava dal corridoio alla sua destra.
Non faceva parte dell'obiettivo.
Riprese a scendere.
«Ehi.»
Un colpo.
Più debole del primo.
«Per favore.»
Corvus si fermò di nuovo.
Guardò verso le scale.
Poi verso il corridoio.
Per qualche secondo non accadde nulla.
Un altro colpo.
«Mi senti?»
Corvus lasciò il corrimano.
Fece tre passi nel corridoio.
La porta di un piccolo archivio era socchiusa.
Dietro, un uomo era seduto a terra con la schiena contro uno scaffale. Doveva avere una cinquantina d'anni. Una gamba era piegata sotto di lui e alcune cartelle erano sparse sul pavimento.
L'uomo alzò lo sguardo.
Vide la maschera.
Il cappuccio.
La busta nella mano guantata.
Per un istante sembrò dimenticare il dolore.
«Chi sei?»
Corvus non rispose.
L'uomo provò a spostarsi.
Il volto gli si contrasse.
«Sono caduto.»
Corvus guardò la gamba.
Non serviva avvicinarsi per capire che non avrebbe camminato senza aiuto.
«Il telefono.»
L'uomo indicò una scrivania rovesciata poco più avanti.
«È lì sotto.»
Corvus guardò il telefono.
Tre metri.
Forse quattro.
Avrebbe potuto raccoglierlo.
Avrebbe impiegato pochi secondi.
L'uomo seguì il suo sguardo.
«Per favore.»
Corvus sentì qualcosa che non avrebbe saputo collocare.
Una porta.
Un pianerottolo.
Una voce che piangeva dall'altra parte.
Non era un ricordo completo.
Solo una sensazione.
La mano su una maniglia.
Un ordine.
Di nuovo.
L'uomo respirò più lentamente.
«Devo chiamare qualcuno.»
Corvus guardò l'orologio.
Due e ventotto.
L'obiettivo era la busta.
La missione era entrare, recuperarla e uscire.
L'uomo non era l'obiettivo.
Ettore non gli aveva ordinato di aiutarlo.
Corvus tornò verso le scale.
«Aspetta.»
Non si voltò.
«Aspetta!»
Continuò.
Poi la voce dell'uomo cambiò.
Non era più soltanto paura.
Sembrava confusione.
«Come ti chiami?»
Corvus si fermò.
La domanda rimase nel corridoio.
Non avrebbe dovuto significare niente.
Un nome non serviva.
Un nome non cambiava l'obiettivo.
Un nome non faceva parte della missione.
Corvus riprese a camminare.
Scese al terzo piano.
Aspettò che la telecamera completasse la rotazione.
Passò.
Secondo piano.
Primo.
Cortile.
La porta sul retro aveva un contatto magnetico. Corvus inserì una sottile lamina tra i due sensori prima di aprirla.
Nessun allarme.
Nessuna luce.
Nessuna voce.
Alle due e trentadue era fuori.
Quattordici minuti.
Ettore lo aspettava in macchina due strade più avanti.
Corvus salì sul sedile posteriore.
Non disse niente.
Ettore tese una mano.
Corvus gli consegnò la busta.
Ettore controllò il sigillo.
Intatto.
«Problemi?»
«No.»
Ettore lo guardò per qualche secondo.
«Sei stato visto?»
Corvus pensò all'uomo nell'archivio.
«Sì.»
Ettore non cambiò espressione.
«Da chi?»
«Un uomo al quarto piano.»
«Ti ha riconosciuto?»
«No.»
«Può identificarti?»
«No.»
Ettore appoggiò la busta sulle ginocchia.
«Ha interferito con l'obiettivo?»
«No.»
«Hai deviato dal percorso?»
Corvus rimase in silenzio per una frazione di secondo.
«Tre passi.»
Ettore sollevò appena lo sguardo.
«Perché?»
«Per valutare la situazione.»
«E?»
«Non era rilevante.»
Ettore annuì.
Nient'altro.
Nessun rimprovero.
Nessuna domanda.
L'auto partì.
Roma scorreva oltre il finestrino in strisce di luce gialla e asfalto bagnato.
Corvus guardava fuori.
Aveva recuperato la busta.
Non aveva fatto scattare l'allarme.
Non aveva lasciato tracce utili.
Non aveva perso tempo per qualcosa che non riguardava l'obiettivo.
Era esattamente ciò per cui era stato addestrato.
Ettore aprì la busta.
Lesse il primo foglio.
«Perfetto.»
Corvus non si mosse.
Quella parola avrebbe dovuto chiudere la missione.
Perfetto.
Anni prima, un errore era stato fermarsi.
Adesso non si era fermato.
Non davvero.
Aveva guardato.
Aveva valutato.
Aveva continuato.
Perfetto.
«Corvus.»
Emanuel alzò gli occhi.
Ettore gli stava porgendo la busta vuota.
«Distruggila.»
Corvus la prese.
«Sì.»
La piegò una volta.
Poi un'altra.
Ettore tornò ai documenti.
«Domani avremo altro lavoro.»
«Va bene.»
Il semaforo diventò rosso.
L'auto si fermò.
Sul vetro una goccia d'acqua scese lentamente fino a incontrarne un'altra.
Corvus guardò il proprio riflesso.
La maschera cancellava quasi tutto.
Gli occhi.
Una parte della fronte.
Nient'altro.
Come ti chiami?
Abbassò lo sguardo sulla busta.
Corvus.
Era il nome che Ettore aveva pronunciato.
Era il nome al quale aveva risposto.
Il semaforo diventò verde.
L'auto ripartì.
Corvus non disse niente.
Non chiese di tornare indietro.
Non chiese cosa fosse successo all'uomo.
Non tolse la maschera.
La missione era stata perfetta.
Per qualche secondo, quella perfezione gli sembrò un errore.