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Un posto all’Ombra · I sogni improbabili

UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 012

I sogni improbabili

⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.

La vita continua anche quando il capitolo finisce.

Marco aveva una giacca troppo grande.

Non semplicemente larga. Troppo grande davvero, come se fosse appartenuta a qualcuno che aveva avuto il buon senso di crescere prima di comprarla.

Luca glielo aveva già detto almeno tre volte.

«Sembri uno che l'ha rubata.»

Marco si guardò le maniche, poi alzò le spalle.

«Magari l'ho rubata.»

«A chi? A un armadio?»

Marco scoppiò a ridere.

Era quella risata che Luca avrebbe ricordato.

Non quella sera, naturalmente.

Quella sera era soltanto la risata di Marco.

Erano seduti sul divano della casa di famiglia. Sul tavolino davanti a loro c'erano due bicchieri, un posacenere e un pacchetto di sigarette ormai quasi vuoto.

Marco ne prese una.

«È l'ultima.»

Luca allungò la mano.

«Allora è mia.»

«Perché?»

«Perché le ho comprate io.»

Marco guardò il pacchetto.

«Questo è un argomento sorprendentemente convincente.»

Gli lanciò la sigaretta.

Luca la prese al volo.

«Vedi? Stai imparando.»

«Da te?»

«Hai alternative?»

Marco si passò una mano tra i capelli. Lo faceva spesso quando qualcosa lo metteva a disagio, anche se subito dopo trovava sempre una battuta abbastanza buona da far credere che non fosse successo niente.

Quella volta, però, non arrivò.

Luca accese la sigaretta.

«Che hai?»

«Niente.»

«Marco.»

«Ho detto niente.»

«Appunto.»

Marco sbuffò e si lasciò sprofondare nel divano.

Per qualche secondo guardarono il fumo salire verso il soffitto.

«Tu ci hai mai pensato?»

«A cosa?»

«A dopo.»

Luca lo guardò.

«Dopo cosa?»

Marco fece un gesto vago con una mano.

«Dopo.»

«Chiarissimo.»

«Hai capito.»

Luca aveva capito.

Fece comunque finta di no.

«Domani?»

«Più avanti.»

«La settimana prossima?»

Marco gli diede una spallata.

«Sei scemo.»

«Fai domande difficili.»

«Sto parlando di noi.»

Quella parola rimase tra loro un po' più del necessario.

Noi.

Luca aspirò dalla sigaretta.

«Io divento ricco.»

Marco annuì gravemente.

«Ottimo piano.»

«Molto.»

«Come?»

Luca rimase zitto.

Marco aspettò.

«Quello è un dettaglio.»

«Ah.»

«Secondario.»

«Naturalmente.»

«Potrei aprire qualcosa.»

«Cosa?»

«Qualcosa.»

«Stai costruendo un futuro solidissimo.»

Luca gli tirò addosso un cuscino.

Marco lo intercettò e rise di nuovo.

«Va bene, allora sentiamo il tuo.»

«Io me ne vado.»

Luca smise di sorridere.

«Dove?»

«Non lo so.»

«Bel piano anche il tuo.»

«Non ho detto che devo sapere dove.»

«Per andartene sarebbe utile.»

Marco si strinse nelle spalle.

«Troverò un posto.»

«Un posto.»

«Sì.»

«Nel mondo.»

«Possibilmente.»

Luca scosse la testa.

Marco sorrise, ma stavolta solo per un momento.

«Un posto dove nessuno abbia già deciso chi devo diventare.»

La sigaretta rimase immobile tra le dita di Luca.

Marco guardava davanti a sé.

Non sembrava aspettarsi una risposta.

«E che faresti?» chiese Luca.

«Non lo so.»

«Di nuovo.»

«Magari lavoro in un bar.»

«Tu?»

«Che c'è?»

«Ti licenziano il primo giorno.»

«Allora ne apro uno mio.»

«Con quali soldi?»

Marco indicò Luca.

«Con quelli che farai diventando ricco.»

«Col cazzo.»

«Ecco. Abbiamo già un piano.»

Questa volta risero entrambi.

Per qualche minuto costruirono vite che non sarebbero mai esistite.

Un bar.

Una macchina troppo costosa.

Una casa lontana da Roma.

Marco sosteneva che avrebbe imparato a cucinare.

Luca gli ricordò un piatto di pasta che aveva preparato una volta e che, secondo lui, costituiva una violazione di almeno tre convenzioni internazionali.

Marco dichiarò che quella era stata ricerca.

Luca disse che era stato terrorismo.

Il posacenere si riempiva.

I loro futuri diventavano sempre più improbabili.

E per questo sembravano possibili.

Poi Marco smise di ridere.

Si sistemò la giacca sulle spalle.

«Secondo te diventiamo come loro?»

Luca lo guardò.

Non chiese chi.

Non ce n'era bisogno.

Per un momento sentì qualcosa cambiare nella stanza. Non molto. Solo quanto bastava perché tutte le battute dette fino a quel momento sembrassero essersi spostate un po' più lontano.

Marco si passò una mano tra i capelli.

Aspettava.

Luca spense la sigaretta nel posacenere.

«No.»

Marco sollevò un sopracciglio.

«No?»

«No.»

«Tutto qui?»

«Tutto qui.»

Marco abbassò gli occhi.

«Come fai a esserne sicuro?»

Luca ci pensò.

Avrebbe potuto inventarsi qualcosa.

Una risposta intelligente. Una di quelle frasi che sembrano vere perché vengono pronunciate con abbastanza convinzione.

Invece disse:

«Perché possiamo scegliere.»

Marco rimase immobile.

Poi sorrise appena.

«Questa era quasi seria.»

«Non abituarti.»

«Tranquillo.»

Il silenzio tornò nella stanza.

Fuori passò una macchina. Per qualche secondo i fari attraversarono il soffitto, scivolarono sulla parete e scomparvero.

Marco si alzò.

«Vado.»

«Con quella giacca?»

Marco abbassò lo sguardo.

«Ancora?»

«Prima o poi dovrai comprarne una della tua misura.»

Marco raggiunse la porta.

Poi si voltò.

«E tu prima o poi dovrai smettere di dire agli altri cosa devono fare.»

Luca sorrise.

«Improbabile.»

Marco rise.

Aprì la porta.

Per un istante sembrò sul punto di aggiungere qualcosa.

Luca aspettò.

Marco si passò una mano tra i capelli.

«Ci vediamo.»

«Sì.»

La porta si chiuse.

Luca rimase sul divano.

Sul tavolino c'erano due bicchieri, un pacchetto vuoto e un posacenere pieno. Nell'aria restava il fumo delle sigarette.

Non pensò alle cose che Marco non aveva detto.

Non pensò alle proprie.

Non c'era nessuna ragione per farlo.

Avevano tempo.

Avevano ancora tutti quei progetti assurdi da cambiare, abbandonare, ricominciare.

Avevano ancora il diritto di credere che bastasse scegliere per non diventare ciò che altri avevano deciso per loro.

Quella sera non c'era ancora niente da rimpiangere.

C'erano soltanto Luca e Marco.

Due ragazzini.

E tutti i loro sogni improbabili.