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Un posto all’Ombra · Quello che Ettore non dice

UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 013

Quello che Ettore non dice

⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.

La vita continua anche quando il capitolo finisce.

Luca aveva imparato presto che, nel Collettivo, nessuno gli chiedeva mai come stesse.

Gli chiedevano se avesse capito. Se avesse firmato. Se fosse pronto.

Ettore Finelli, in particolare, aveva il talento di porre domande alle quali sembrava impossibile rispondere di no.

Quella sera gli aveva consegnato una cartellina.

«Portala a Sofia.»

Luca l'aveva aperta.

Dentro c'erano sei nomi, alcune date e una serie di riferimenti che non significavano niente, almeno per lui.

«Che cosa deve farci?»

«Verificarli.»

«Tutti?»

Ettore aveva sorriso.

«Sarà lei a dirtelo.»

—

Il laboratorio di Sofia non aveva niente dell'ufficio che Luca si era immaginato.

Era nascosto dietro una porta anonima, in un edificio dove nessuno sembrava lavorare dopo una certa ora. All'interno, invece, ogni cosa suggeriva che qualcuno lavorasse soprattutto di notte.

Monitor accesi. Cavi raccolti in fascette. Una parete coperta di mappe, fotografie e annotazioni. Due computer smontati sul banco più lontano.

Sofia sedeva davanti a uno schermo, con i capelli biondi raccolti dietro un orecchio.

Non si voltò subito.

«Hai bussato?»

«Due volte.»

«Allora non ti ho sentito.»

«Me ne sono accorto.»

Sofia allungò una mano senza guardarlo.

«Che cosa ti manda a portare Ettore?»

Luca le consegnò la cartellina.

Lei la aprì, lesse la prima pagina e smise di muovere il mouse.

«Ti ha detto che cos'è?»

«Una verifica.»

«Una verifica di cosa?»

«Se lo sapessi, non sarei qui a chiedertelo.»

Sofia sollevò gli occhi.

«Non ti sto accusando.»

«Neanche io.»

Non era del tutto vero.

—

Sofia scorse i nomi uno dopo l'altro.

Al quarto si fermò.

Luca se ne accorse dal modo in cui le dita rimasero immobili sul bordo della pagina.

«C'è un problema?»

«Questo non dovrebbe esserci.»

«Perché?»

«Perché non appartiene agli altri.»

Luca si avvicinò al banco.

«In che senso?»

Sofia richiuse la cartellina.

«In un senso che dovresti chiedere a Ettore.»

«Lui mi ha detto di chiedere a te.»

«Appunto.»

La parola rimase sospesa fra loro.

Dietro Sofia, un monitor mostrava una mappa attraversata da linee sottili. Su un altro scorreva una sequenza di caratteri che Luca non riusciva a interpretare.

«Puoi almeno controllarlo?» chiese.

«Non senza sapere perché è qui.»

«Gli altri cinque li puoi controllare?»

«Forse.»

«Forse?»

«Dipende da chi ha preparato l'elenco.»

«Ettore.»

Sofia lo guardò come se quella risposta rendesse la questione più complicata, non meno.

«L'ha preparato lui oppure te l'ha consegnato?»

Luca ripensò alla conversazione.

«Me l'ha consegnato.»

«Non è la stessa cosa.»

—

Per qualche secondo non parlarono.

Luca osservò la stanza. C'erano fotografie capovolte sul tavolo, una tazza dimenticata vicino alla tastiera e un foglio coperto di appunti minuscoli.

«Lavori sempre qui?»

«Quando devo.»

«E nessuno sa che esiste?»

«Tu lo sai.»

«Non è una risposta.»

«È quella che posso darti.»

Luca annuì lentamente.

Aveva già sentito quella formula.

Da Ettore.

Sofia seguì il suo sguardo.

«Che c'è?»

«Niente.»

«Non sembri convinto.»

«Comincio a capire come funzionano certe conversazioni.»

Lei si appoggiò allo schienale.

«Allora dovresti capire anche perché non posso controllare quel nome.»

«Oppure dovrei pensare che non vuoi.»

Il volto di Sofia si irrigidì.

«Sono due cose diverse.»

«Qui sembrano esserlo sempre.»

Sofia riaprì la cartellina.

Prese una penna e tracciò un segno accanto ai primi cinque nomi.

Sul sesto non scrisse nulla.

«Questi posso verificarli. Per l'altro serve un'autorizzazione diversa.»

«Di Ettore?»

«Di chi ha richiesto la verifica.»

Luca trattenne una risata senza allegria.

«Quindi devo tornare da lui.»

«Sì.»

«E chiedergli quello che avrebbe potuto dirmi prima.»

Sofia non rispose.

Fu proprio quel silenzio a infastidirlo.

—

Quando Luca si alzò per andarsene, Sofia lo richiamò.

«Luca.»

Si fermò vicino alla porta.

«Che cosa ti ha detto esattamente?»

«Di portarti la cartellina.»

«Solo questo?»

«Che avresti saputo cosa fare.»

Sofia abbassò gli occhi sull'elenco.

«Capisco.»

«Io no.»

Lei esitò.

«Non dare per scontato che quello che Ettore dice a te sia quello che dice a me.»

Luca la fissò.

«È un avvertimento?»

«È un consiglio.»

«C'è differenza?»

«A volte.»

Luca aspettò che aggiungesse qualcosa.

Sofia tornò a guardare lo schermo.

Non lo fece.

—

Ettore era ancora nel suo ufficio quando Luca rientrò.

«Allora?»

Luca posò la cartellina sulla scrivania.

«Cinque nomi. Il sesto no.»

Ettore la aprì.

«Ti ha spiegato perché?»

«Ha detto che serve un'altra autorizzazione.»

«Interessante.»

Luca lo osservò.

«Lo sapevi?»

«Che cosa?»

«Che avrebbe rifiutato.»

Ettore sistemò i fogli con cura.

«Sofia non ha rifiutato. Ha chiesto di chiarire una procedura.»

«Mi hai mandato lì senza spiegarmi niente.»

«Ti ho mandato dalla persona che poteva aiutarti.»

«Non sul sesto nome.»

Ettore alzò lo sguardo.

«Questo lo dici tu.»

Luca sentì la stessa irritazione provata nel laboratorio.

«Che cosa significa?»

«Significa che forse Sofia sa qualcosa che tu non sai.»

Era una frase semplice.

Non conteneva un'accusa.

Non conteneva neppure una risposta.

Eppure Luca uscì da quell'ufficio pensando che Sofia gli avesse nascosto qualcosa.

—

Più tardi, nel laboratorio, Sofia ricevette una chiamata.

«Hai controllato l'elenco?» domandò Ettore.

«I primi cinque sono in lavorazione.»

«E l'altro?»

«Sai benissimo che non posso procedere senza una richiesta esplicita.»

«Naturalmente.»

Sofia guardò la cartellina ancora aperta sul banco.

«Perché hai mandato Luca?»

«Perché doveva imparare a lavorare con te.»

«Potevi spiegargli la procedura.»

«Avrei potuto.»

«Ettore.»

«Dimmi.»

«Che cosa gli hai detto?»

Una pausa.

«Quello che aveva bisogno di sapere.»

Sofia chiuse gli occhi.

«Non è una risposta.»

«È l'unica che posso darti.»

Quando la chiamata terminò, Sofia rimase immobile.

Ripensò a Luca, al suo modo di insistere sul sesto nome, a quella domanda ripetuta come se fosse già convinto che lei stesse nascondendo qualcosa.

Forse era stato mandato per metterla alla prova.

Forse Luca lo sapeva.

—

Ettore, invece, aveva ottenuto ciò che voleva.

Non aveva mentito a nessuno dei due.

Aveva soltanto deciso quale parte della verità ciascuno avrebbe conosciuto.

E aveva lasciato che il resto diventasse diffidenza.